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Psicopatogenesi del Disturbo da Attacchi di Panico

Premessa
L'attacco di panico è definito in psicologia emotocognitiva come un tentativo dell'organismo di risolvere uno stato di tensione, ovvero un tentativo di armonizzare il sistema che ha subito un disequilibrio. Letto da questa angolazione l'attacco di panico non viene visto di per sé come un problema ma come una soluzione, quel tentativo apparentemente non funzionale di soluzione delle tensioni da parte dell'organismo.
Va inoltre ricordato che la manifestazione sintomatologica che definiamo "attacco di panico" o "crisi d'ansia" potrebbe essere causata da diverse condizioni come ad esempio ipertiroidismo, uso di sostanze, lesioni, ecc. oppure essere causato da un problema di organizzazione bio-psico-sociale che definiamo "fattore psicologico". Va ricordato che la psicologia emotocognitiva è sostanzialmente un approccio psicofisiologico. La psiche è infatti un processo fisiologico superiore dell'organismo in grado di organizzare l'intera fisiologia dello stesso.
Nonostante a monte di ogni attacco si evidenzi sempre, altrimenti non potrebbe essere, una modificazione psicofisiologica, l'intervento di cura attraverso il colloquio psicologico attraverso le tecniche della psicologia emotocognitiva, senza uso di farmaci ansiolitici, è il trattamento d'elezione.

Patogenesi del Disturbo di Panico
Qualsiasi sia il motivo per il quale si sia sviluppato un primo episodio di panico, il motivo per il quale si finisce per diagnosticare un disturbo di panico sta nel momento in cui si verifica, nel paziente, il secondo attacco e, definitivamente, nel momento in cui si verifica il terzo attacco.

Il primo episodio di panico. Caratteristica dell'attacco di panico è essenzialmente quella di essere inaspettato. Il clinico deve ricordare che i pazienti che giungono alla nostra attenzione si trovano di fronte ad una situazione molto angosciante. Un attacco di panico si può evidenziare come una eclatante e fortissima crisi con importanti manifestazioni neurovegetative che nessuno potrebbe pensare, nel momento in cui le vive, che siano provocate da specifiche condizioni psicologiche (anche perché pochi ancora sanno cosa sia e come funziona quel processo che definiamo psiche). Tachicardia, sudorazioni, tremori, affanno, sensazione di soffocamento, sbandamenti, sensazione di svenimento, paura di morire o perdere il controllo, ecc. Sensazioni fortissime con manifestazioni puramente "fisiche". E' quindi normale che la maggior parte dei pazienti non si rechi subito da uno psicologo in quanto il primo pensiero andrà su condizioni di salute di diversa natura. Spesso il paziente pensa che potrebbe trattarsi di un infarto tanto per chiarire quanto siano forti le sensazioni che si provano in quei 10 minuti.
La maggior parte delle persone si reca al pronto soccorso o comunque chiede un consulto medico. Per loro formazione, comunque, sono pochi i medici che consigliano di rivolgersi da uno psicologo esperto ma, perlopiù, consiglieranno farmaci ansiolitici.
Il farmaco ansiolitico, se la persona non è a rischio di infarto, diventa presto un alleato del sintomo anziché risolverlo. 
Per noi psicologi questo è l'inizio di un problema. Se il paziente decide di prendere psicofarmaci ansiolitici inizia uno dei processi più complessi da risolvere, molto di più degli attacchi di panico, la dipendenza psicologica al farmaco.

Il secondo attacco. Possono passare ore, giorni, mesi prima che si evidenzi un secondo attacco. Indipendentemente da quando accadrà, questo secondo attacco conferma al paziente che essi si possano ripresentare in qualsiasi momento ed in qualsiasi circostanza. Questo aumenta in genere tensioni che produrranno di li a poco il terzo attacco, quello che sancisce l'inizio vero e proprio del disturbo.

Se il primo attacco attiva un processo di preoccupazione ed il secondo conferma che la preoccupazione era esatta il terzo suggella tale pensiero ed il paziente inizia a sviluppare una serie di condotte, pensieri, comportamenti, azioni che portano a quello che oggi, in psicologia emotocognitiva, definiamo "loop disfunzionale". Un circolo vizioso di pensieri ed azioni che anziché risolvere il problema lo mantengono e lo aggravano.

Il clinico potrà notare che non abbiamo accennato a cause inconsce, profonde o aracaiche nello sviluppo psicologico del paziente nel parlare dell'attacco di panico, ma ci siamo limitati a focalizzare la nostra attenzione su quei processi che dal primo attacco, ovvero da un episodio di panico, hanno portato allo sviluppo del disturbo caratterizzato da una ricorrenza di episodi di crisi. E' proprio questo processo che va scardinato e, per farlo, non è necessario "scavare analiticamente" alla ricerca di qualcosa che si crede perduto o tentare di "colmare lacune" con interventi puramente chimici come l'uso di farmaci.

Ricordiamo quindi che il primo attacco, indipendentemente dalle cause che lo hanno prodotto, è di per sé un episodio che può capitare a molte persone. Questo episodio preoccupa. Tale preoccupazione, che in termini psicologici definiamo "incremento di tensioni sintomo-specifiche", porta una percentuale elevata di persone ad avere il secondo episodio.
Il secondo attacco aumenta la preoccupazione e inizia a destare l'attenzione del paziente verso l'esterno, ovvero verso quelle situazioni in cui l'attacco si potrebbe ripresentare. Iniziano ad emergere paure legate a possibile imbarazzo o all'idea che se dovesse accadere in alcuni luoghi potrebbe essere difficile allontanarsi o chiedere aiuto.
La preoccupazione quindi si sposta sull'idea che gli attacchi, prima o poi, si potrebbero ripresentare in qualsiasi occasione e non possono essere controllati.
Questa preoccupazione, definita tecnicamente "ansia anticipatoria" e, in alcuni contesti, "paura della paura" incrementa quelle tensioni sintomo-specifiche che porteranno al terzo attacco. Il paziente conferma le proprie aspettative: "l'attacco si ripresenta, non può essere controllato e può accadere in qualsiasi contesto".
A questo punto il paziente inizia un percorso autonomo di prevenzione che, nella maggior parte dei casi corrisponde all'evitamento di molte situazioni e attività. Il paziente riduce spostamenti, cerca di evitare luoghi o situazioni, inizia a chiedere "aiuto" o "rassicurazioni" a persone molto vicine.

Le azioni patogenetiche sono, nella maggior parte dei casi:

1) evitamento
2) riduzione delle attività
3) chiedere sostegno, aiuto, rassicurazione
4) uso di farmaci ansiolitici
5) pensiero anticipatorio negativo

Lo psicologo ad indirizzo di psicologia emotocognitiva, come descriviamo nella sezione dedicata alla cura psicologica, dovrà fare in modo che tali azioni vengano rapidamente ridotte, in modo che l'organismo possa ripristinare gradualmente una condizione di equilibrio psicofisiologico. Tale processo è definito armonizzazione sistemica.

ATTENZIONE: in psicologia emotocognitiva si parla di evitamento fobico della sofferenza primaria. E' patogenetico l'evitamento non tanto della situazione ma soprattutto della sensazione (la B dell'originale schema ABC emotocognitivo).

a cura del
Dott. Marco Baranello

Per citare questa fonte
Baranello, M. (2006)
Psicopatogenesi del Disturbo da Attacchi di Panico
Istituto di Psicologia Emotocognitiva - CSRP - www.psicopatologia.org
Roma, 2 febbraio 2006.

 

 

bibliografia di riferimento: sezione disturbi d'ansia



Centro Studi e Ricerche in Psicologia Emotocognitiva
ricerca in psicologia clinica psicopatologia generale e disturbi di personalità
eziologia - patogenesi - diagnosi differenziale - terapia breve disturbo-specifica - modelli teorici di funzionamento sistemico
Direttore:
Dott. Marco Baranello


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